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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/489


Isidoro. Farò le parti di buon amico. Vado subito ad avvisarla. Trattenetevi, che verrà qui. (Cerco ogni strada di adoprarmi) per donna Placida. Vorrei pur vedere di guadagnarla. Se no, non si mangiano le pernici). (parte)

SCENA XVIII.

Don Sigismondo, e poi donna Luigia.

Sigismondo. Placida non ha detto che sua sorella sia vedova; ma ciò non preme, tant’e tanto la stimo.

Luigia. (Ecco l’ astratto. Mia sorella mi bada a dire, che sarebbe) un buon partito per me; se non mi riesce aver l’ avvocato, converrà che io mi adatti a questo).

Sigismondo. (Oh eccola. Don Isidoro è stato di parola). Com- patite, signora, se ho ardito d’incomodarvi.

Luigia. Per me non mi è incomodo veruno.

Sigismondo. Avrei qualche cosa da comunicarvi.

Luigia. Parlate pure con libertà.

Sigismondo. Avreste difficoltà, che io passassi nel vostro quarto?

Luigia. Stupisco che domandiate una simil cosa.

Sigismondo. Perdonatemi; se foste fanciulla, avreste ragione di lamentarvi.

Luigia. Come! non sono io fanciulla?

Sigismondo. Non siete vedova?

Luigia. Io vedova?

Sigismondo. Me l’ ha detto don Isidoro.

Luigia. Eh no, signore, sarà effetto di qualche vostra astrazione.

Sigismondo. Potrebbe darsi. Sono mortificatissimo... Chi non usci- rebbe fuor di se stesso fissandosi in quel bel volto, vagheg- giando quelle luci, le rose porporine di quelle guancie, quel labbro di rubino, quella bionda chioma, quell’amabile porta- mento? (si va distraendo a poco a poco, e si riduce a parlar da sé solo). (E se tanta bellezza esterna si presenta ai miei occhi, qual) sarà la bellezza dell’animo? Una straordinaria dolcezza mi rapisce, m’incanta).

Luigia. (Che cosa va borbottando ha se medesimo?) (da sé) II