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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/488


Sigismondo. (Non so se abbia da confidargli, che vorrei vedere) donna Luigia).

Isidoro. (Intanto mi divertirò con quest’osso). (mangiando)

Sigismondo. Don Isidoro, sono a tavola le signore?

Isidoro. Il pranzo è finito, ma io mi diverto con queste piccole galanterie. Sigismondo (Sarà meglio, che io faccia domandar donna Placida).

Isidoro. (Sarà meglio, ch’io vada a terminare quella bottiglia). (in atto di partire)

Sigismondo. Ehi, bel zitello.

Isidoro. Dite a me?

Sigismondo. Fate l’imbasciata alla vostra padrona.

Isidoro. Padrona? Io non ho padrona.

Sigismondo. Oh perdonate una piccola distrazione, credevo di parlare al servitore di casa. Vorrei vedere la signora.

Isidoro. Non come servitore, ma come amico di casa vi servirò.

Sigismondo. (Donna Luigia è una giovane assai ben fatta). (da sé, prendendo tabacco)

Isidoro. Mi figuro, che vorrete donna Placida.

Sigismondo. (È più giovane e più bella di donna Placida. La) vorrei vedere da solo a sola. Spero che mi sarà permesso poter parlare con donna Luigia). (da sé, prendendo tabacco)

Isidoro. E così, volete che io la chiami?

Sigismondo. Mi farete piacere.

Isidoro. Volentieri. Per far servizio agli amici sono fatto a posta.

Sigismondo. Ma ditemi, non potrei avere il piacere di vederla sola senza la sua germana?

Isidoro. Perchè una vedova non potrà venir sola?

Sigismondo. Come! ancor ella è vedova?

Isidoro. Non lo sapete?

Sigismondo. Finora ho creduto ch’ella fosse fanciulla.

Isidoro. Ohibò, è stata maritata. E morto suo marito, ed ora forse vonà di nuovo riprendere stato. Se voi avete per lei dell’inclinazione, ditelo a me, che io sono il suo confidente.

Sigismondo. A voi dunque mi raccomando.