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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/487


Isidoro. O di ca... (caricando don Sigismondo) LA VEDOVA SPIRITOSA 479

Fausto. Tornino almeno quegli occhi ad essere men severi.

Placida. Senza del cuore questi occhi hanno delirato anche troppo. Di loro non vi fidate; siano torbidi, o siano sereni, non sono eglino interpreti sicuri della speranza.

Fausto. Se dall’amore passaste ad un rigore improvviso, spero an- cora che dal rigore tornar possiate alla dolcezza primiera. Al tribunal d’amore giudice de’ miei pensieri e delle mie pene, tratterò la mia causa rispettoso avvocato, ed appassionato cliente. (parte)

SCENA XVI.

Donna Placida sola.

Pur troppo è vero; degli anni interi si soffre, si resiste, e in un momento il cuore e la ragione si perde. Ero a cader vicina, ero prossima a dichiararmi, se non veniva la germana a scuo- termi dal mio letargo. Si dice, si propone, si fan degli sforzi per resistere, per contrastare. Ma ohimè! Nelle occasioni siam tenere, siamo umane, siam donne. (parte)

SCENA XVII.

Sala.

Don Sigismondo e poi don Isidoro.

Sigismondo. O di casa. Non ci è nessuno? la porta è aperta, e non si trovano servitori. O di casa. O di casa, (passeggiando) o di casa, (prende tabacco) o di casa, o di casa....

Isidoro. Chi grida in questa maniera, o di casa? (col tovagliuolo) sul braccio, e in mano del pane, e qualche altra cosa da mangiare.

Sigismondo. O di casa, o di casa. (passeggiando)

Isidoro. O di casa. (verso Sigismondo)

Sigismondo. O di ca... (incontrandosi con don Isidoro)

Sigismondo. Perdonatemi, che non vi aveva veduto.

Isidoro. Che vuole a quest’ora don Sigismondo?