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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/486


Fausto. Ah sì, pur troppo lo veggio; ogni lusinga è vana; son forzato a obbedirvi.

Placida. Ma non vi rammentate, che una cieca obbedienza può essere più pericolosa al mio cuore di qualunque altro contrasto.

Fausto. Posso dunque restare?

Placida. Restate (ohimè! parmi d’avere internamente una fiamma,) che vadami ricercando per ogni viscera). (da sé)

Fausto. S’io resto, quei begli occhi sdegneranno più di mirarmi?

Placida. No, SÌ crudeli non sono. (mirandolo con tenerezza)

Fausto. Ah, se vi moveste a pietade!...

Placida. Vincer voi mi volete....

Fausto. Bastami che mi dite ch’io speri.

SCENA XIV.

Donna Luigia e detti.

Luigia. Sorella, perchè non venite a desinare anche voi?

Placida. Sì, ora vengo. Aspettava appunto che voi passaste (il) soccorso è opportuno; se non veniva donna Luigia ero sul momento di perdermi, e di cadere). Andiamo, lo zio ci aspetta.

Fausto. Non potrebbe donna Luigia favorir di precedere per un momento?

Placida. No, no, scusate, dobbiamo andare. (con serietà)

Fausto. Ma terminate almeno....

Placida. Non ho altro da dire. (in atto di partire)

Luigia. Fermatevi. Non vuò che per mia cagione si differiscano gli affari vostri. Anderò da me sola; lasciovi in libertà. (Tutto) per lei procura. Per me non vi è pericolo che possa sperar cosa alcuna). (parte)

SCENA XV.

Don Fausto e donna Placida.

Fausto. Posso dunque lusingarmi, che un giorno....

Placida. No, non vi lusinghiate di niente. Amo la libertade, e la sosterrò ad ogni costo.