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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/485


Placida. Come? Vi scordaste con quale impegno siete da me partito stamane? Non sapete voi, che io voglio essere padrona di me medesima? Che temo in voi un insidiatore? E che per darmi campo di potervi trattare, non dovete usar meco che una placidissima indifferenza?

Fausto. Protestovi con la maggiore costanza del mondo, che altro non desidero che obbedirvi, ma devo altresì confessare la mia debolezza, che mi fa temere di me medesimo. Quando sono da voi lontano, parmi d’avere un cuor sì forte, un animo così robusto, da non temere di perdere quella gloria che voi a sì caro prezzo mi proponete, ma nel mirarvi appena, e nel- l’ udirvi a ragionare sì tenera e sì gentile, ah il mio valor vien meno, s infiacchisce lo spinto, e la passione trionfa. Dove s’ intese mai, che in un legale conflitto sia colpa il far va- lere le sue ragioni a fronte dell’avversario? E pure al tri- bunal di Cupido perdo il merito del trionfo s’io vi conquisto, e se vi cedo il campo, non vi sagrifico niente men che la vita.

Placida. Altre sono le leggi del foro, altre sono quelle d’amore. Un valoroso legale gode nel pubblicare le sue vittorie, e un amatore discreto contentasi di tacere, e di nascondere le sue palme.

Fausto. Sì, mia vincitrice adorabile, nasconderò la vittoria, basta che voi mi diciate, che ho trionfato e vinto.

Placida. Noi dissi, e non isperate che il labbro mio ve lo dica.

Fausto. Ah, se il labbro tace, me lo dicono quei begli occhi.

Placida. Se gli occhi miei vi lusingano mio malgrado, fuggirò in avvenire l’incontro di rimirarvi. Temo le insidie vostre; non vi lusingo; andate.

Fausto. Vi ubbidirò. Prevalga il mio rispetto al più tenero, al più cocente amore. Ah, che son io costretto a perdere, nel mo- mento medesimo che mi pareva di avervi vinta. (in atto di allontanarsi)

Placida. Don Fausto. (chiamandolo dolcemente)

Fausto. Mia signora. (rispondendo dolcemente)

Placida. Partite?