Apri il menu principale

Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/484


Carolina. Quando così vi piaccia, servitevi come vi pare. (a donna Placida)

Isidoro. Andiamo? (a don Carolina)

Carolina. Andiamo.... (parte)

Isidoro. Sia ringraziato il cielo. Propriamente non vedo l’ora di divorarmi quel pane unto bisunto ed abbrustolato. (parte)

SCENA XII.

Donna Placida ed il Servitore.

Placida. Dite a don Fausto, che venga innanzi, (al servitore che) parte) Che dirà egli d’una sì lunga anticamera? è tanto com- piacente, e tanto pien di rispetto, che son sicura, non saprà lamentarsene. Ma chiedo a me medesima, perchè ho saputo io trovare il pretesto per licenziare il signor capitano, e poi non ho fatto lo stesso con l’avvocato? Sarebbe mai cotesta una segreta insinuazione di amore? Ah, conviene badarci bene; da questi princìpi nascono poscia 1 maggiori impegni. No no, saprò vincere ogni passione, e terrò in guardia il cuore.

SCENA XIII.

Don Fausto e la suddetta.

Fausto. Temerei con ragione, che la mia sollecitudine nel tornare ad incomodarvi venissemi come importuna rimproverata, se certo non fossi di trovar grazia qua dove è situato delle grazie il fonte.

Placida. Dovrei io scusarmi, per avervi fatto soverchiamente aspet- tare, quando certa non fossi, che il vostro cuor generoso non accostuma di attender scusa per accordare il perdono.

Fausto. Signora, io mi rammento le vostre leggi ed i vostri co- mandi, ma quello che con impero voi mi chiedeste, io vi do- mando per grazia. Deh siate meno amabile, meno gentile, se volete che anche il mio cuore sia moderato ne’suoi trasporti.