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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/481



un segno del suo rispetto, e non può dirsi che egli venga a sollecitarla; e chi a torto sospetta dell’altrui condotta, fa ve- dere che la colpa ha piantate in lui le radici. Don Carolina è un uomo da bene, ei presta fede alle tue menzogne, ma io sono uomo di mondo, e ti conosco per un impostore.

Carolina. (Rispondetegli, giustificatevi). (piano a don Anselmo)

Anselmo. (Per umiltà sto zitto). Signore, il cielo ve lo perdoni. (parte)

SCENA Vili.

Don Carolina, don Isidoro e don Ferramondo.

Carolina. (Son confuso. Non so che cosa abbia a credere), (da sé)

Isidoro. (E intanto non si desina), (da se) Signore, se volete, an- date da donna Placida liberamente.

Ferramondo. No no, conosco il mio dovere. Non anderò dalla dama prima che ella lo sappia e me lo permetta.

Isidoro. Orsù, quest’istoria ha da terminare. Volete donna Pla- cida? Anderò io ad avvisarla. (parte)

SCENA IX.

Don Carolina e don Ferramondo.

Carolina. Signore, in verità, se volete andare, siete padrone; per donna Placida non mi oppongo. Spiacemi solamente che con essa vi è la sorella minore, che è ancor fanciulla.

Ferramondo. So il mio dovere, vi dico, e so trattare onesta- mente colle donne civili in qualunque grado si trovino. Lodo lo zelo vostro, che invigila al decoro delle nepoti; ma lodar non vi posso, che tenghiate in casa, vicino ad esse, un men- zognere impostore. Un militare per solito si crede discolo di costume; a un giovane si accorda di mal animo l’accesso in una casa, dove vi siano fanciulle; e poi, a chi sa fingere un affettato contegno, si permette talora una libertà illimitata. Non