Apri il menu principale

Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/478



ficherei tutto me stesso. Sì, vuò darvi una prova della mia vera amicizia; sì, don Carolina, son qui, nessuno ci sente, ve lo dico di cuore, donna Luigia vostra nepote....

SCENA V.

Don Isidoro e detti.

Isidoro. Don Carolina, che si fa, che non si va a desinare?

Anselmo. (Che tu sia maladetto, poteva capitare in peggior tempo) di questo?)

Carolina. Se vi pare che sia ora, andiamo.

Isidoro. Suonato è il mezzogiorno, ch’è un pezzo.

Carolina. Andiamo dunque. (ad Anselmo)

Anselmo. Abbiamo prima da terminare questo interesse, (a don Carolina)

Carolina. Abbiamo un interesse da terminare. (a don Isidoro)

Isidoro. Le pernici son cotte, il pane è arrostito in modo, che pare nello spiedo un pezzo di zuccaro candito. Se non si mangia in punto, perde in gran parte la sua bontà, e sarebbe un peccato che andasse a male una cosa così preziosa.

Carolina. Andiamo, che parleremo quando avremo pranzato.

Anselmo. Vi pare che per la gola s’ abbino da trascurare i pro- pri interessi? (a don Isidoro)

Isidoro. Ma quel pane abbrustolato mi sta sul cuore.

SCENA VI.

Paoluccio e detti.

Paoluccio. Signore, un altro forestiere ha domandato di donna Placida; sono prima venuto a dirlo a vossignoria, come mi ha comandato. (a don Carolina)

Isidoro. Adesso non si riceve nessuno.

Carolina. Non si riceve nessuno.

Isidoro. Presto, licenzia il forastiere, e che si porti in tavola.

Paoluccio. Comanda ella, signore? (a don Carolina)