Apri il menu principale

Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/477


Anselmo. Viene il vostro padrone, andate, che ho da parlare con lui.

Paoluccio. (Saranno miei quei zecchini? Non sono sì fortunato;) non lo credo, se non lo vedo). (da sé, indi parte)

SCENA IV.

Don Anselmo e poi don Carolina.

Anselmo. Sono in un grande impegno. Finora mi ho conservato buona riputazione, ma dubito che amore mi voglia un dì cor- bellare. Convien superare la vergogna, dirlo alla figlia, e con- fidarlo al zio, dalla di cui dabbenaggine mi posso compromet- tere assai.

Carolina. Sentite, don Anselmo, non basta che voi mi diate de’ buoni consigli, ma conviene altresì, che voi non vi distacchiate mai dal mio fianco. Ha un’arte donna Placida, a cui senza del vostro aiuto non mi comprometto di resistere.

Anselmo. Vi pare che ella sia scaltra?

Carolina. Ci può condurre a scuola quanti noi siamo.

Anselmo. Conoscete voi il pericolo, in cui si ritrova quell’altra?

Carolina. Pur troppo lo conosco, e ci vorrei rimediare.

Anselmo. Tocca a voi a farlo, e quanto più presto il farete, adempirete meglio all’obbligo che vi corre.

Carolina. Ma che cosa ho da risolvere? ho da metterla in un ritiro?

Anselmo. No poverina, non la precipitate.

Carolina. Ho da maritarla?

Anselmo. Più tosto.

Carolina. Ma con chi?

Anselmo. Il cielo provederà.

Carolina. E intanto che il cielo provede, che cosa abbiamo da fare?

Anselmo. Ah! vorrei pure vedervi fuori di quest’impiccio. Caro amico, mi preme tanto la vostra quiete, mi preme tanto la salute di quella buona ragazza, che per voi e per ella sagri-