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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/476


Paoluccio. Signor no. Mi ha promesso cento zecchini, e se non li ha, non la voglio.

Rosina. Ed io me ne vado immediatamente da questa casa.

Anselmo. State zitti, che ci saranno; ecco, in questa borsa ci sono i cento zecchini, ma figliuoli miei, non lo state a dire a nes- suno. Quello che li dà, non vuole che si sappia. Io pure non voglio che di me si parli. Vi darò i cento zecchini con patto che vi sposiate, e che non si sappia che li avete avuti da me.

Rosina. Io non dirò niente a nessuno.

Paoluccio. Via, favoriteci quella borsa.

Anselmo. Adagio un poco, Rosina sa il modo con cui si ha da meritare la dote. Faccia quel che le ho detto, mostrisi grata al benefattore, e subito si conta il danaro, e si faranno le vo- stre nozze.

Rosina. Per me son pronta a fare tutto quello che posso.

Paoluccio. Signore, spiegatemi un poco questo latino; non vorrei che Rosina avesse a fare qualche triste figura.

Anselmo. Sono un galantuomo, e di me vi potete fidare; andate, buona fanciulla, a fare quello vi ho detto, poscia da me tor- nate, che il danaro è in questa borsa per voi.

Rosina. Vado subito, ed assicuro il signor don Anselmo, che farò tutto il potere per renderlo consolato. (parte)

SCENA III.

Don Anselmo e Paoluccio.

Paoluccio. Signore, finche ella torna, potressimo principiare a con- tar le monete.

Anselmo. Ah! no figliuolo, non vuò sentirvi tanto avido del da- naro. Non è l’ oro e l’argento quel bene che voi pensate. Qui dentro in questa borsa voi credete che ci sia la vostra fortuna, ma voglia il cielo che non vi sia la vostra disgrazia. Ah! quest’oro è un veleno.

Paoluccio. Signore, sono stanco di vivere a questo mondo; datemi un poco di quel!’oro, lasciate che io mi avveleni.