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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/472


Sigismondo. Povero me. Vi domando perdono. Sono servitore umilissimo della signora. Un certo conteggio mi aveva un poco occupato. Ringrazio donna Placida dell’onore che mi ha fatto. (tira fuori la scatola) Ella in fatti rende giustizia al merito della sorella. Servitevi. (offre il tabacco a donna Placida)

Placida. Un’altra volta?

Sigismondo. Ah! (arrabbiandosi da se stesso) Signora, ne comandate? (offerendolo a donna Luigia)

Luigia. Riceverò le sue grazie. (prende il tabacco)

Sigismondo. Vedete, signora mia? oltre gli altri pregi, ha quello ancora della compiacenza, (a donna Placida) Per dire il vero, non mi dispiace. (da sé, ponendosi a sedere)

Placida. (Si è posto a sedere senza dir altro). (a donna Luigia)

Luigia. (Mi pare un’inciviltà). (a donna Placida)

Placida. (Ohibò, l’ha fatto per astrazione). Sediamo anche noi. (siede)

Luigia. Sediamo pure. (siede)

Placida. Ecco qui don Carolina con don Anselmo. (a Luigia)

Luigia. Povera me.

Placida. Non vi movete, lasciateli pur venire, sentirete se saprò condurmi a dovere.

Sigismondo. (Donna Luigia ha del merito, non si può negare), (da se)

SCENA XVI.

Don Carolina e detti, e don Anselmo che si fa un poco vedere in fondo alla scena.

Carolina. Signora, una parola. (a donna Placida, alterato)

Placida. Don Sigismondo, ecco il signor zio, ecco il padrone di questa casa; ho piacere lo conosciate, mentre ritroverete in lui il più civile, il più amabile uomo di questo mondo. Ecco qui, avendo egli saputo che un cavaliere mi favorisce, è venuto per ringraziarvi. So che ei desia di conoscervi, e di far con voi il suo dovere: spero che quell’amore e quella stima, che aveste per mio marito, l’ avrete ancora per lui. Senza ch’ei