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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/468


SCENA XIV.

Donna Placida, e por don Sigismondo; poi Paoluccio.

Placida. Don Anselmo va persuadendo mio zio a non lasciar venire nessuno, per cagione della fanciulla; direbbe bene, se egli non fosse il più pericoloso di tutti. Sono appunto per questo più che mai impegnata a dar stato a Luigia, e lo farò quanto più presto mi sarà possibile di farlo.

Sigismondo. ( Vien leggendo una lettera, senza avvedersi di donna Placida.)

Placida. Serva, don Sigismondo.

Sigismondo. Oh compatitemi, non vi avevo osservata. Stava leg- gendo una lettera, vi domando perdono.

Placida. Niente, signore; accomodatevi. (siedono)

Sigismondo. State bene di salute?

Placida. Benissimo per obbedirvi.

Sigismondo. Sta bene vostro consorte?

Placida. Mi domandate se egli sta bene, un anno dopo la di lui morte?

Sigismondo. Oh, dov’era io col capo? perdonate, vi prego, una piccola distrazione. Ho tanto la testa imbarazzata in liti, in affari, in imbrogli... (prende tabacco)

Placida. Certamente, un capo di casa ha sempre delle cose che lo disturbano. Anche io finora sono stata imbrogliatissima dalle liti, ma ora per grazia del cielo....

Sigismondo. Quei quadri che ho veduto nell’altra camera, sono del Tintoretto?

Placida. Non lo so, signore, non me ne intendo, e non mi ricordo di averlo sentito dire.

Sigismondo. Sono quattro bei pezzi. Non mi pare di averli più veduti in questa casa.

Placida. Ci siete stato altre volte qui da mio zio?

Sigismondo. Oh ve! Mi pareva ora di essere in casa di vostro marito. Era tanto mio buon amico, che non me lo posso scordare. Come vi conferisce l’ abitazione novella?