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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/467


Paoluccio. Fra tanto che egli esamina i quadri, vorrei dirle una cosa intorno a Rosina. Non vorrei, che parlandole si disgustasse.

Placida. No no. Le parlerò in maniera....

SCENA XIII.

Don Carolina e detti.

Carolina. Ma signora nepote, che novità è questa? Sempre si hanno da noi a vedere de’ visi nuovi? Se non ve I ho detto prima, ve lo dico ora, in casa mia non voglio conversazione. Vi è una fanciulla da maritare.... e poi.... vi torno adire, non istà bene.... e in sostanza lo posso dire, perchè sono il padrone.

Placida. (Tutta opera di don Anselmo). Signore, quello che è venuto poche ore sono, era il mio avvocato; di lui non vi potete dolere.

Carolina. Era l’avvocato dunque?

Placida. Sì certo; e non potrà venire da me l’avvocato, a dirmi quel che occorre intorno all’esecuzione della sentenza?

Carolina. Bene, di lui non parlo; ma chi è quest’altro, che ora è venuto a domandare di voi?

Placida. E un cavaliere, ed era buon amico di mio consorte. Volete che io lo licenzi? Lo farò volentieri, se il comandate. Ma cosa gli dovrò dire? Mio zio non vi vuole? Mio zio, stravagante e severo, vuole obbligarmi a commettere delle inciviltà? Siete pur nato bene. Che concetto formerà la gente di voi? Per me ci penso pochissimo. Mi preme per voi, mi preme per il vostro decoro, per la vostra riputazione. Ma se così volete, così si faccia. Volete che io lo licenzi, o che lo faccia passare?

Carolina. (Pensa un poco, e poi dice) Basta, fate quel che volete, (parte)

Placida. Povero uomo! Egli si lascia condurre come si vuole. Ero sicura, che mi diceva di sì. Introduci don Sigismondo.

Paoluccio. Sì signora.