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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/464



fatto per voi, senza verun interesse, poteva mai prevedere una ingratitudine di tal sorte?

Carolina. Via, non andate in collera.

Anselmo. In collera! per qual ragione? Quello che io vi chie- deva, ve lo chiedeva forse per me?

Carolina. Vi vorrebbero dunque cento zecchini?

Anselmo. Sì, ma li chiederò a qualchedun altro.

Carolina. Via, non mi mortificate d’avvantaggio. Ve li darò io.

Anselmo. Quando, se la cosa merita tutta la sollecitudine possibile?

Carolina. Subito, venite meco. Vi apro lo scrigno, e servitevi con libertà.

Anselmo. Ma non vorrei...

Carolina. Non pensate....

Anselmo. Se vi spiacesse....

Carolina. Non vi è pericolo.

Anselmo. Me li darete poi volentieri?

Carolina. Ve li darò di buon cuore. (parte)

Anselmo. Ed io di buon cuore me li prenderò. (parte)

SCENA XI.

Camera.

Donna Placida e Paoluccio.

Placida. Vieni qui, Paoluccio. Ho piacere che don Carolina ti abbia ripreso al di lui servizio.

Paoluccio. Tutta bontà della mia padrona.

Placida. Don Carolina ti vuol bene?

Paoluccio. Sì certo, me ne vuole più che non merito. Egli si contenta di quel che faccio, e non mi dice mai una parola torta; sarebbe un divertimento servire un padrone di questa sorte, se non venissero ad inquietare la casa certi scrocchi insolenti, che vogliono comandar più di lui. Il padrone non parla mai. Sia presto, sia tardi, egli prende la mattina la cioccolata, quando che gli si dà, e quei cari signori la vogliono di buon’ora, e guai se per accidente non è ben carica e ben frullata; vengono