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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/462


SCENA X.

Don Anselmo e poi don Carolina.

Anselmo. E molto scaltra costei, ma la gola dei cento zecchini l’obbliga a secondarmi, e se ella meco si porta bene, anche io ad essa procurerò di mantenere la mia parola. Troverò bene io qualcheduno, che mi darà una mano per farmi essere pontuale.

Carolina. Oh don Anselmo, siete già ritornato?

Anselmo. Sì, amico, son qui da voi, e vengo a dirvi, che il ritiro per donna Placida è ritrovato.

Carolina. Bravo, ne ho piacere grandissimo, e ne averà piacere egualmente donna Placida ancora; ma ditemi un poco, non si potrebbe nel medesimo tempo e nel medesimo luogo chiudere ancora quell’altra?

Anselmo. Donna Luigia?

Carolina. Donna Luigia.

Anselmo. Come! vi scordaste sì presto le massime che vi ho detto?

Carolina. Voi dite bene, ma io non posso star qui a far la guardia ad una ragazza.

Anselmo. Caro don Carolina, non ci sono io?

Carolina. Lasciate che vi parli liberamente, lasciate che io vi dica alcune cose, che non vi pareranno mal dette. (Dirò quello che) disse Placida, se me ne ricordo). Se un uomo trovasi sovente da solo a sola con una giovane, chi è quel presontuoso, che si comprometta di resistere e di non cadere? Sia virtuoso e forte. Abbiamo più d’un esempio, che anche i saggi hanno nelle occasioni pericolato. Tutti siam d’una pasta.... e siamo.... tutti ad errar soggetti. (in tuono grave e caricato)

Anselmo. (So di chi è la lezione). Ah don Carolina, pur troppo gli uomini maliziosi procurano convertire il balsamo in veleno. Sarò io quel malvaggio, sarò io quell’uomo pericoloso, di cui narrano le istorie il luttuoso esempio? Non credeva mai di meritarmi da voi un insulto simile. Pazienza! merito peggio. Ah, in questo mondo convien soffrire di tutto. Don Carolina, mortificatemi pure, che io vel perdono.