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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/461


Anselmo. Io Io posso giurare, che sono un uomo onesto e sincero.

Rosina. Come io posso giurare di essere di sei anni.

Anselmo. (Costei mi può far del male, convien guadagnarla per) la parte più debole dell’interesse). Rosina, a quel che io sento, voi mi credete un uomo cattivo: pazienza! Il cielo ve lo perdoni. Ma pure voglio farvi conoscere, che non sono sì pessimo, quale mi giudicate. Vi voglio fare una confidenza. Un galantuomo, un uomo da bene e caritatevole, mi ha dato cento zecchini per maritare una qualche buona fanciulla. Voi siete in età di marito, e so gli amori che passano fra voi ed il servitore di casa; onde, se pensate di maritarvi con Paoluccio, non ho veruna difficoltà a dare a voi questi cento zecchini, de’ quali posso io dispone liberamente.

Rosina. In fatti si conosce che siete un uomo da bene: ad onta de’ maligni che non vi credono, conviene confessare che siete il miglior galantuomo di questo mondo.

Anselmo. Via dunque, andate a dire a donna Luigia, che si contenti di venir qui subito, che ho qualche cosa da comunicarle.

Rosina. Vado immediatamente, ed acciò non dica di non venire, le dirò che l’ha comandato il padrone.

Anselmo. Bravissima, e per l’avvenire badate di consigliarla a non staccarsi dalle mie insinuazioni.

Rosina. Le dirò bene di voi, e che vi creda, e che si riporti a tutto quello che voi le dite.

Anselmo. Mettete qualche volta in discredito la gioventù, che non ha giudizio, e non può fare la fortuna di una buona ragazza.

Rosina. Sì certo, e le dirò, che volendosi maritare, faccia capitale di un uomo attempato.

Anselmo. Di un uomo savio, morigerato e da bene.

Rosina. D’un uomo, per esempio, che sia come siete voi.

Anselmo. Io, per dir vero, sono sempre stato lontano dal pensiere di maritarmi, ma non si può sapere quello che abbia il cielo destinato che io faccia.

Rosina. Ed io non mi esibisco servirvi per i cento zecchini, ma perchè il cielo avrà destinato così. (parte)