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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/459


Carolina. Bravo, bravo da vero.

Placida. Favorite, signore, chi siete voi in questa casa? Il spenditore, o il cuoco? (a don Isidoro)

Isidoro. Mi maraviglio di voi, signora, sono un amico di don Carolina, e non sono ne il cuoco, né lo spenditore.

Carolina. È uno che mi fa il piacere di frequentar la mia tavola.

Placida. Vi domando scusa, se ho fatto errore, ma per quei pochi giorni che io resterò in questa casa, vi prego non impicciarvi in simili cose, lo nel mangiare sono po’ stravagante, e il grasso di pernice mi farebbe rivoltare lo stomaco. (a don Isidoro)

Carolina. Questa cosa mi spiacerebbe. (a don Isidoro)

Isidoro. A chi piace una cosa, a chi piace l’altra. Se le pernici vi annoiano, ce le mangieremo da noi.

Carolina. Ce le mangieremo da noi. (a donna Placida)

Placida. Non ne posso soffrire nemmeno l’odore.

Isidoro. Che stia nella sua camera. (a don Berlo)

Carolina. Potreste stare nella vostra camera. (a donna Placida)

Placida. Sì signore. Volontieri, se così vi piace, così farò, (a don) Carolina) Per altro mi maraviglio di voi, signore, (a don Isidoro) che ardite di avanzare una simile proporzione. E vero che in questa casa io non comando, ma con la donna si pratica maggior civiltà. Permettere che io stia rinchiusa in una camera per saziare la gola, vi pare costumanza civile? Caro signor zio, spiacenti dovervi dire, che tali amici villani non meritano essere da voi trattati con le pernici, ma con le ghiande. Andrò a ritirarmi fra poco, potrete gettare i vostri beni con chi vi piace, ma almeno per carità pensate all’altra nepote, la cui dote avete voi nelle mani, e sarete responsabile un giorno al cielo e al mondo di quel mal uso che ora ne fate, dispensando le vostre e le altrui sostanze con gente sordida, con gente ingorda, il di cui merito è l’adulazione. Perdonatemi, se troppo sinceramente io vi parlo, (a don Carolina, indi a don Isidoro) Chiedo a voi pure umilmente perdono, se non conoscendovi, vi ho dato il titolo di spenditore e di cuoco; confesso l’errore, ed ora che vi conosco, vi darò il titolo di solennissimo scrocco. (parte)