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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/453



sequio e con la perseveranza di rendermi a voi qualche volta molesto. Così, se non potrò lusingarmi del vostro amore, potrò sperare il dono della vostra amicizia, e della vostra umanissima compassione. (parte)

SCENA III.

Donna Placida sola.

Egli è un poco caricato, ma non si può dire che ei non sia di buon cuore. E facile trovare un amante, che per aggradire si fermi; non è sì facile trovarne uno, che per compiacere, sen vada. Non che la compagnia dell’amante sia disgustosa, ma il troppo bene, è un bene che poco dura, e per meglio assa- porare una contentezza, convien prima desiderarla. (parte)

SCENA IV.

Don Anselmo e don Isidoro.

Isidoro. Buon giorno, don Anselmo.

Anselmo. Don Isidoro, buon giorno. Il cielo vi dia quel bene che desidero per me stesso.

Isidoro. Che vuol dire, che non si vede don Carolina?

Anselmo. Chi sa? Ora è pieno d’affari. Povero galantuomo! ha perduta la sua libertà, la sua quiete. Ad onta de’ nostri buoni consigli, ha voluto prendere in casa questa vedova sua nepote.

Isidoro. Sì certo. Siccome in casa di suo marito portava ella i calzoni, dubito che qui pure voglia far da padrona.

Anselmo. Per me comandi pure, che poco o nulla mi preme. Spiacemi del mal esempio, che potrà dare a quella innocente colomba di sua sorella. So io quanto mi costa averla per ordine del zio così bene instruita, così felicemente educata. Costei è capace di rovinare in un punto l’opera buona di tanti mesi. (Ah! che io preveggo i miei disegni precipitati). (da sè)

Isidoro. Ed io, che sono avvezzo da tanti anni a mangiare alla tavola di don Carolina; io che comando liberamente al cantiniere,