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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/452


Placida. No, no, don Fausto, ve lo dico liberamente; non voglio più arrischiarmi a violentare un cuore ad amarmi per obbligo.

Fausto. Sarebbe un tal obbligo sì prezioso, che niuno si studierà di evitarlo.

Placida. E bene, se qualcheduno mi crede degna di amore, che mi ami in libertà, senza essere da un legame costretto. Io non vuò tormentare, ne essere tormentata. Sono anch’io capace d’amore; so amare costantemente, ma l’amar per dovere, non è l’amare più delicato.

Fausto. Amare senza un legame è amare costantemente? Qual genere d’amore sarà mai questo?

Placida. L’onesto amore dell’amicizia.

Fausto. Pochi, signora mia, pochi si trovano di questo amore capaci. Io forse, animato dell’esempio vostro, potrei compromettermi di riuscirvi. Degnatevi di preferirmi nel possedimento della grazia vostra, e noi apriremo una scuola di seguaci dell’amor nobile, dell’amor virtuoso.

Placida. Sì, don Fausto; ma anche io son donna, e quello che più ciecamente procura di secondarmi, è il più forte insidiatore della mia pace. Pregovi, se mi amate, non esser meco sì liberale. Siate più cauto. Siate più moderato ne’ sagrifici; e se posso arrogarmi sopra di voi qualche grado di autorità, vi obbligo espressamente amarmi meno, e meno essere condescendente.

Fausto. Ah sì, piacemi il bel comando. Vi trovo un non so che d insolito, di straordinario. Vi trovo una bellezza di un carattere affatto nuovo. Temo di avervi recato soverchio incomodo; partirò per non dispiacervi, (s’alza) Ma no, se il mio restar vi dà noia, più che vi dispiaccio, più vi obbedisco, (toma a sedere)

Placida. La vostra compagnia mi è carissima. (con (enerezza)

Fausto. Ah signora, disponete di me. (come sopra)

Placida. Ecco una compiacenza che mi mette in periglio, voi mi costringete ad allontanarmi. (s’alza)

Fausto. Fermatevi un sol momento, vi domando perdono se malamente confondo il divieto e il comando. Parto per obbedire. Ritornerò, se lo permettete. Cercherò con la servitù, con l’os-