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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/451


SCENA II.

Donna Placida e poi don Fausto.

Placida. Ha volontà di marito? è stanca di star bene la poverina. Che fa don Fausto, che non viene innanzi? Aspetterà che io lo chiami. Qualche volta mi fa ndere con queste sue rispettose caricature; ciò non ostante lo stimo, e se non avessi fissato di restar libera, forse, forse.... Eh, non ci vuò pensare nemmeno. Don Fausto. (chiamandolo)

Fausto. Mia signora?

Placida. Perchè prima non avanzarvi?

Fausto. Non avrei ardito di farlo, senza un vostro comando.

Placida. Sapete pure, che io vi vedo assai volentieri.

Fausto. So ancora, che io non deggio abusar delle vostre grazie.

Placida. Sedete.

Fausto. Il servo non dee sedere, fintanto che la sua signora sta in piedi.

Placida. Troppo umile.

Fausto. Fo il mio dovere.

Placida. Accomodatevi. (sedendo)

Fausto. Per obbedire. (siede)

Placida. Eccomi in grazia vostra ritornata in casa paterna, ed al possesso della mia dote.

Fausto. Astrea, signora mia, vi fu prospera, Astrea vi rese giustizia; ha vinto il vostro merito; e non la debole mia virtù.

Placida. Voi non sapete dire che spiritosi concetti.

Fausto. Arrossisco, e non so rispondere.

Placida. Dunque possiam sperare che sian per me terminate le liti?

Fausto. Sì certo, vivete pure tranquilla; ma essendo voi donna Placida di un animo sì liberale, pensate che non dee essere per voi sola tanta felicità. Lo stato vedovile in cui siete, ha destato in più d’uno la speranza di possedervi.