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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/449


ATTO PRIMO.

SCENA PRIMA.

Camera di Donna Placida.

Donna Placida e donna Luigia.

Placida. Finalmente, sorella carissima, dopo un anno che io sono vedova, torno padrona di me medesima. Uscita dalla casa de’ miei cognati, che mi vedevano di mal occhio, veggomi di bel nuovo nella casa di nostro zio, dove son nata, e posso godere della vostra amabile compagnia.

Luigia. Don Carolina nostro zio è il miglior uomo di questo mondo, e con lui ci si starebbe d’incanto: ma di quando in quando gli si cacciano intorno certi birbanti, che lo girano a loro modo. Ora principalmente ne ha due, che sono veramente due capi d’opera. Uno è un falso bacchettone, e l’altro un mangiatore di prima riga.

Placida. So chi volete dire, il primo è don Anselmo, il secondo don Isidoro.

Luigia. Di più, sorella, vi confiderò un’altra cosa. Quel don Anselmo, che si fa credere uomo tanto da bene, so di certo che è di me innamorato.

Placida. Ora capisco, perchè il volpone faceva di tutto, perchè io non venissi a stare con voi. Ha paura che io scopra tutti i di lui raggiri, ma grazie al cielo, ci sono, e con un poco di tempo, e un poco di buona testa, vi assicuro, sorella, che questi birboni se ne anderanno.

Luigia. Cara donna Placida, quanto starete voi a rimaritarvi?

Placida. Oh donna Luigia, ci penserò bene prima di tornarmi a rimettere una catena al piede. Ora che ho provata la soggezione, conosco il bene della libertà, e non la riperderò così facilmente.

Luigia. E pure a quest’ora si sa che molti aspirano alle vostre nozze, e che voi non li vedete mal volentieri.