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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/440

432 ATTO QUINTO

Berto. Che? vi è venuto in mente qualche miglior partito?

Placida. Non so. (guardando don Fausto)
Berto.  Cosa ha risolto? (a don Fausto)
Fausto.  Di prendere marito.
È ver?
Placida.  Potrebbe darsi.
Ferramondo.  Ed è meco impegnata,
Quando amor la consigli.
Placida.  Mi avete innamorata?
(a don Ferramondo)
Ferramondo. Tempo non ebbi a farlo; ma di arrivarvi io stimo.
Placida. Dissi, vel rammentate, chi m’innamora è il primo.
Di conseguir tal forza un altro ebbe la sorte.
M’innamorai, son vinta, don Fausto è mio consorte.
Ferramondo. Come! a me sì gran torto?
Placida.  Di un torto vi dolete?
Che colpa han gli occhi miei, se voi non mi piacete?
Dovea forse più a lungo soffrire un tal cimento?
Vi è noto, che si accendono le fiamme in un momento?
Lo sa chi mi possiede, lo sa quanto ha costato
Alla sua sofferenza l’avermi innamorato;
E quel che non poterono lunghi sospiri e duolo,
Non vi saprei dir come potuto ha un punto solo.
Se la ragion vantate, se cavalier voi siete,
Perdono, a chi vi stima, concedere dovete;
E rilevando il vero che puramente io dico,
Esser di me qual foste, e di don Fausto amico.
Ferramondo. Non so che dir, conosco che mi vien fatto un torto
Da una donna di spirito, l’ammiro e lo sopporto.
Placida. (Poco non è, che il fiero siasi a ragion calmato)
(da se)
Luigia. (Ora sarà contenta, alfin se l’ha pigliato.) (da sè)
Berto. Eccovi spose entrambe, io povero sgraziato
Eccomi solo in casa da tutti abbandonato.
Cospetto! se mi salta, anch’io prendo una moglie.