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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/438

430 ATTO QUINTO

Berto.  La dote a Clementina?

(a don Anselmo)
Anselmo. Se non si soccorreva, era a perir vicina.
Clementina. Il danar non l’ho avuto.
Placida.  Deesi svelar perchè;
E s’altri non lo dice, si ha da saper da me.
La caritade, il zelo ch’anima l’impostore,
È di donna Luigia il mascherato amore.
Il perfido per questo offre a costei la dote,
E fa pagar dal zio le insidie alla nipote.
Ecco l’uomo dabbene...
Anselmo.  Quel labbro è menzognero.

SCENA VIII.

Donna Luigia e detti.

Luigia. Sì, don Anselmo è un perfido, è innamorato, è vero.

Ecco chi può saperlo. (a Clementina)
Clementina.  Ma il danar non l’ho in mano.
Berto. Cosa ho da far, signori?
Placida.  Lo dica il capitano.
Anselmo. Non signor, non s’incomodi di dar la sua sentenza.
Confesso che ho fallato, farò la penitenza.
Ecco i cento zecchini. Non ho pretensioni.
Ah, voi mi rovinaste! Il ciel ve lo perdoni, (parte)
Berto. Ma io resto di sasso.
Ferramondo.  Passarsela non speri.
Lo farò bastonare da quattro granatieri.
Fausto. No, signor capitano; domani dallo stato
Farò che dal governo sia colui esiliato.
Berto. Povero don Anselmo!
Placida.  Il falso bacchettone
Ancor vi sta sul cuore? (a don Berto)
Berto.  No, no, avete ragione.