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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/425


LA VEDOVA SPIRITOSA 417

Placida. Ciò ancor mi annoderebbe, se fossi innamorata.

Ferramondo. Amate divertirvi? Feste, teatri e gioco?
Placida. L’offerta è generosa, ma tutto questo è poco.
Ferramondo. Deggio dolente in viso piangere a voi dinanti?
Placida. No, l’allegria mi piace, ed abborrisco i pianti.
Ferramondo. Posso offerirvi il sangue.
Placida.  Che farne io non saprei.
Ferramondo. Chi mai può innamorarvi?
Placida.  Chi piace agli occhi miei.
Ferramondo. Quello io non son per altro.
Placida.  No, non lo siete ancora.
Una sorte, un incontro, un attimo innamora.
Ferramondo. Attenderò quell’ora per me più fortunata.
Placida. Ma se alcun altro è il primo, non mi chiamate ingrata.
Vivere dolcemente in libertade inclino:
Se cedo a nuove fiamme, sarà per mio destino.
Ed il destin che accende fiamme d’amore in petto,
A suo voler dispone del foco e dell’oggetto.
Fate gli sforzi vostri, la piazza è ancor difesa:
Ha degli assalti, è vero, ma non è vinta e resa.
Un capitan sa bene che, ad onta del valore,
La piazza non resiste al forte assalitore;
Nè basta che il nemico sia poderoso armato:
Delle battaglie il nume è spesse volte il fato.
Ferramondo. Vincere il fato ancora saprò colla mia spada.
Placida. Per un affar vi prego permettere ch’io vada.
Ferramondo. Mi licenziate, ingrata?
Placida.  Io vi rispetto e stimo.
Ferramondo. Posso sperar quel core?
Placida.  Chi m’innamora, è il primo. (parte)
Ferramondo. Non anderò per ora lontan da queste porte.
Sì, per essere il primo, tentar vo’ la mia sorte.
Per vincere la piazza, se l’assediarla è vano,
Tenterà per assalto d’averla un capitano. (parte)

Fine dell'Atto Quarto.