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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/424

416 ATTO QUARTO

Placida. Star libera in eterno, signor, non ho giurato.

Ferramondo. Dunque sperar si puote che amor vi accenda il petto?
Placida. Chi sa ch’io non mi accenda d’amore a mio dispetto?
Ferramondo. Quand’è così, il mio cuore ripiglia i dritti suoi.
Placida. Quale ragion ch’io debbami accendere di voi?
Ferramondo. Sono d’amore indegno?
Placida.  Degnissimo voi siete;
Amor, stima e rispetto voi meritar potete:
Ma delle donne il cuore sapete come è fatto:
Talor senza pensarvi si accendono ad un tratto.
Io sceglierei voi solo, se avessi a consigliarmi,
Ma temo di me stessa, se giungo a innamorarmi.
Ferramondo. Io non sarei capace?
Placida. Chi sa? può darsi ancora.
Ferramondo. Per me vi punge il core?
Placida.  No, non mi par, per ora.
Ferramondo. Quando vi son lontano, smania provate in seno?
Placida. Quando lontan mi siete, per verità non peno.
Ferramondo. Allor che in campo armato a militare andai,
Piangeste il mio periglio?
Placida.  Oh, io non piansi mai.
Ferramondo. Finor voi non mi amaste.
Placida.  Può darsi anche di no.
Ferramondo. E in avvenir, signora?
Placida. Io l’avvenir nol so.
Ferramondo. Come poss’io l’amore sperar di meritarmi?
Placida. Può guadagnarmi il cuore chi giugne a innamorarmi.
Bramo di restar vedova, la libertade io stimo.
Ma se legar mi deggio, chi m’innamora è il primo.
Ferramondo. Che far per invaghirvi, dite, che far dovrei?
Placida. Dirvelo a me non tocca.
Ferramondo.  Tutti gli affetti miei,
Tutto il mio cor non basta, che vi consacri in dono?
Placida. Tanto bastar dovrebbe, ma accesa ancor non sono.
Ferramondo. Esser ognor vi piace servita e vagheggiata?