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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/423


LA VEDOVA SPIRITOSA 415

Ferramondo.  A me? Non sai chi sono?

(si ritira ponendo mano alla spada)
Sigismondo. Non vi avea conosciuto. Domandovi perdono:
Un che fu qui poc’anzi, sdegno mi accese in petto.
Placida. Abbiate sofferenza. Sapete il suo difetto.
Sigismondo. Scusatemi, vi prego. (a don Ferramondo)
Ferramondo.  Basta così, vi scuso.
Con chi conosce il torto, insistere non uso.
(ripone la spada)
Sigismondo. La collera talora fa che d’un vel coperto...
(a don Ferramondo)
Ah, che mi perdo invano. Volisi da don Berto. (parie)

SCENA IX.

Donna Placida e don Ferramondo.

Ferramondo. Che ha don Sigismondo, che l’agita a tal segno?

Placida. Nel di lui sen combatte l’amore collo sdegno.
Par che donna Luigia di conseguire ei brami.
Non so se per impegno, o di buon cor se l’ami.
Appena l’ha veduta, la cerca, la pretende,
Freme perchè un indegno rival gliela contende.
Ferramondo. Che dice la fanciulla?
Placida.  Vuol far la vergognosa,
Ma nulla più desidera che di essere la sposa.
Ferramondo. Siete in ciò favorevole, o pur contraria ad essa?
Placida. Anzi procuro al nodo sollecitarla io stessa.
Ferramondo. Dunque sembra a voi pure codesto il miglior stato.
Placida. Certo, lo sposo è un bene per chi non l’ha provato.
Ferramondo. Per voi che lo provaste, dunque lo sposo è un male?
Placida. So che la libertade ad ogni ben prevale.
Ferramondo. Spiacemi che tal massima fitta vi abbiate in core,
Che siate divenuta nemica dell’amore.
Vi amo, già lo sapete. Sperai costante e fido
Fra i riposi di Marte le grazie di Cupido.
Servirvi eternamente saprò in libero stato.