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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/421


LA VEDOVA SPIRITOSA 413

Luigia. Venni da lui chiamata.

(a donna Placida, accennando don Sigismondo)
Sigismondo.  Domandovi perdono.
Secondo il concertato, da voi tornato io sono.
(a donna Placida)
Anselmo. Concerti fraudolenti!
Placida.  Signor, voi non ci entrate.
A comandar, se piacevi, in casa vostra andate.
(a don Anselmo)
Resti don Sigismondo, resti Luigia ancora, (alli due)
Ci son io; voi partite. (a don Anselmo)
Anselmo.  Non vo’ partir, signora.
Son qui, son vigilante per ordin dello zio.
Dite quel che volete, vo’ fare il dover mio.
Placida. Restate pur, non curo, in faccia a un testimonio,
Per una figlia nubile trattar di matrimonio.
Se un cavalier la brama, s’ella acconsente al nodo,
Tosto lo zio si chiami...
Anselmo.  No, non è questo il modo.
Io mi oppongo al contratto.
Sigismondo.  Signor, con qual ragione?
(adirato, a don Anselmo)
Anselmo. (Non vorrei gli venisse qualche distrazione).
(da sè, ritirandosi un poco)
Placida. Non parlate, sorella? (a donna Luigia)
Luigia.  La cosa a voi rimetto.
(a donna Placida)
Sigismondo. Se voi siete contenta... (a donna Placida)
Anselmo.  Non si farà, il prometto.
Tentate a mio dispetto di superarla invano.
Paoluccio. Signora. (a donna Placida)
Placida.  Chi è venuto?
Paoluccio.  È il signor capitano.
Anselmo. (Oimè!) basta, il vedremo.
(timoroso, in alto di partire, sentendo l’arrivo del capitano)