Apri il menu principale

Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/420

412 ATTO QUARTO

Tal proposizione esser non può sincera.

A me voi non pensate). (a don Anselmo)
Anselmo.  (Vi sposo innanzi sera).
(a donna Luigia)
Luigia. (Voglia mi vien di ridere). (da sè)
Anselmo.  (Non dice ancor di no).
(da sè)
Sigismondo. (Alfin che può succedere? alfin la sposerò.
Cotanto donna Placida di lei mi disse bene,
Che averla favorevole sperar non isconviene).
(da sè, passando nel mezzo fra donna Luigia e don Anselmo)
Signora, in questa casa per voi non son venuto;
Ma tosto mi piaceste, allor che vi ho veduto.
Se la germana io trovo seconda al desir mio,
Farò quel che conviene con essa e collo zio.
Vi chiederò in isposa, di me se vi degnate.
Anselmo. Ehi padrone... (tirando don Sigismondo per la manica)
Sigismondo.  Va in pace. Oh signor, perdonate.
(a don Anselmo, dopo avergli dato una spinta)
Anselmo. A me simile insulto?
Sigismondo.  Non mi veniste in mente,
E vi ho creduto a un tratto un povero insolente.
Luigia. (Mel disse donna Placida, ch’ha delle astrazioni).
(a don Anselmo)
Anselmo. Per me vi compatisco. Il ciel ve lo perdoni.
(a don Sigismondo)

SCENA VII.

Donna Placida e detti; poi Paoluccio.

Placida. (Certo don Isidoro venne a narrarmi il giusto.

Ma che don Sigismondo ami Luigia, ho gusto), (da sè)
Che fa il vecchio importuno?
Anselmo.  Qui, qui, signora mia;
Vedete il bel profitto di vostra compagnia.
(a donna Placida, accennando donna Luigia e don Sigismondo)