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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/418

410 ATTO QUARTO

Isidoro. L’avrà da noi sottratta pudor di gioventù.

Ma verrà, s’io le parlo.
Sigismondo.  Fatemi la finezza.
Isidoro. Infatti ha la minore più grazia e più bellezza.
La vedova è una donna ch’è assai pontigliosa1,
Questa è ancor giovinetta, è semplice e amorosa.
Vado a servirvi subito. Prometto a voi mandarla.
(Coll’altra mi fo merito, se vado ad avvisarla).
(da sè, e parte)

SCENA V.

Don Sigismondo, poi donna Luigia.

Sigismondo. Come vogliamo credere l’equivoco sia nato?

Sarà distrazione, ch’è il mio difetto usato.
Più che tener procuro raccolto il mio cervello,
La fantasia mi gira siccome un mulinello.
Luigia. Signor, che mi comanda?
Sigismondo.  (Balzami ognor la mente...).
(astratto, senza veder donna Luigia)
Luigia. Chiede di me, signore?
Sigismondo.  Oh, servo riverente.
(avvedendosi di donna Luigia)
Perdonate, signora, l’ardir che mi son preso.
Luigia. Che voi mi ricercate, con maraviglia ho inteso.
Credo però uno sbaglio. Vorrete mia germana.
Sigismondo. (Quanto è vezzosa in fatti, quanto è gentile e umana!)
Luigia. Cercate donna Placida?
Sigismondo.  (Bella fisonomia).
(da sè, osservandola fissamente)
Luigia. (S’egli non mi risponde, megli’è ch’io vada via).
(da sè, in atto di partire)
Sigismondo. Dove andate, signora?

  1. Zatta: ch’è molto puntigliosa.