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396 ATTO TERZO

SCENA XI.

Don Berto, don Isidoro e donna Placida; poi un Servitore.

Isidoro. Brava, brava davvero. Vi lodo estremamente.

Berto. Cara la mia nipote, per me sì compiacente?
Quasi quasi mi spiace che andiate in un ritiro.
Placida. Signor, voi lo vedete, se di aggradirvi aspiro.
Isidoro. Caro don Berto, in tavola.
Berto.  In tavola.
(forte verso la scena)
Isidoro.  Per dirla...
Servitore. Signora, è qui don Fausto, che brama riverirla.
(a donna Placida)
Isidoro. Ditegli che ritorni quando averem pranzato.
(al servitore)
Placida. Non posso dispensarmi di udire il mio avvocato.
Quando a quest’ora ei viene, saravvi una cagione.
Chi ha liti, ha da temere.
Berto.  Mia nipote ha ragione.
Isidoro. Maladetti gl’impacci! sempre una novità.
Placida. Signor, per or vi prego lasciarmi in libertà.
(a don Berto)
Berto. Volete che aspettiamo? (a donna ’Placida)
Isidoro.  S’ha da aspettar?
(a don Berto, con maraviglia)
Placida.  Chi sa
Non siavi della lite qualch’altra novità?
Ho un certo affar legale, tessuto ed ordinato,
Su cui deggio il parere sentir dell’avvocato.
Isidoro. Vuol che da noi si desini; lo dice in chiare note.
Via, signor zio gentile, servite la nipote.
Berto. Quando così le piaccia, non voglio contraddire.
Mangiate a piacer vostro, e fatevi servire.
(a donna Placida, e parte)