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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/402

394 ATTO TERZO

Isidoro. (E intanto non si desina). Signore, un cavaliere

Può andar liberamente.
Ferramondo.  Conosco il mio dovere.
Correggere un par mio temerità si chiama;
Ma non andrò, se prima non sappialo la dama.
Isidoro. Alfine quest’istoria abbiam da terminarla.
Volete donna Placida? Anderò ad avvisarla, (parte)

SCENA IX.

Don Berto e don Ferramondo.

Berto. Signor, se andar volete, per me non dico nulla;

Spiacemi che con essa vi è l’altra, ch’è fanciulla.
Ferramondo. So il mio dover, vi dico; non vo sì arditamente.
Con donne in ogni stato io tratto onestamente.
Lodo che voi vegliate di femmine all’onore,
Ma in casa non vi lodo tenghiate un impostore.
Discolo di costume un militar si crede;
L’accesso di mal animo a un giovin si concede;
E poi a chi sa fingere contegno ed umiltà,
In casa si permette talor la libertà.
Non dico non vi sieno degli uomini dabbene,
Ma prima di fidarsi, conoscerli conviene.
In noi temer si suole l’ardir, la presunzione;
In lor temer si deve l’inganno e la finzione.
Berto. (Parla ben, parla bene. Un militar così
Parlar non ho più inteso). Oh, mia nipote è qui.

SCENA X.

Donna Placida, don Isidoro e detti.

Placida. Oh signor capitano!

Ferramondo.  Scusatemi, signora,
Se incautamente io scelsi al mio dover quest’ora.
È ver che mi fu detto, ma la credea una favola,
Che innanzi al mezzogiorno da voi si desse in tavola.