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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/371


LA VEDOVA SPIRITOSA 363

Placida. Ah, m’inspirasse il cielo tal forza e tal consiglio,

Da farvi rilevare l’inganno ed il periglio.
Se un uom con donna giovine a conversar si metta,
Chi è quel che prosontuoso resister1 si prometta?
Sia don Anselmo un vecchio, anche nei vecchi il foco
Ad onta delle nevi si accende a poco a poco.
Sia virtuoso e forte, abbiam più d’un esempio
Che il saggio in occasione è divenuto un empio.
Tutti siam d’una pasta misera, inferma e frale,
Tutti ad errar soggetti.
Berto.  (Affè, non dice male). (da sè)
Placida. Avrete cuor, signore, di espor la paglia al foco?
Berto. Ci ho quasi un po’ di dubbio... ci penseremo un poco.

SCENA VIII.

Don Isidoro e detti.

Isidoro. Don Berto, le pernici son belle e comperate,

E le ho colle mie mani e concie e preparate.
Tolto del pan francese, dentro ben ben scavato,
Delle pernici il ventre nel pane ho collocato;
E il grasso del salvatico dallo schidion stillando,
Cade nel pane a goccia, e il pan si va ingrassando.
Ah, quel pane abbrostito che buon sapore avrà!
Subito che son cotte, in tavola si dà.
Berto. Bravo, bravo davvero.
Placida.  Signor, ditemi un poco,
Chi siete in questa casa? lo spenditore o il cuoco?
(a don Isidoro)
Isidoro. Son di don Berto amico, non cuoco o spenditore.
Berto. È un che la mia tavola frequenta, e mi fa onore.
Placida. Per quei pochi di giorni che in questa casa io resto,
Caro signor, vi prego non impacciarvi in questo.

  1. Ed. Zatta: Chi è quel prosontuoso che regger ecc.