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358 ATTO PRIMO

Restar quando si prega, è facile virtù;

Partir quando si voglia, mi piace ancora più.
Non che di dolce amante la compagnia sia dura,
Ma il troppo bene al mondo è un ben che poco dura.
E per averlo a grado, e per poter prezzarlo,
Il bene qualche volta convien desiderarlo. (parte)

SCENA IV.

Don Anselmo e don Isidoro.

Isidoro. Buon giorno, don Anselmo.

Anselmo.  Don Isidoro mio,
Il ciel vi dia quel bene che bramo avere anch’io.
Isidoro. Don Berto non si vede?
Anselmo. Don Berto, il poveraccio,
Con questa sua nipote si è preso un beli’impaccio.
Isidoro. Questa signora vedova intesi dir che sia
Una di quelle donne che fanno economia.
Avvezza col marito ad esser la matrona,
Chi sa che ella non voglia qui pur far da padrona?
Anselmo. Per me ch’ella comandi, poco ci penso, o nulla:
Spiacemi solamente per l’altra, ch’è fanciulla.
Chi ha praticato il mondo, ch’è un consiglier sì empio,
Non può che alle innocenti servir di mal esempio.
Donna Luigia amabile è una colomba pura.
(Temo per acquistarla perduta ogni mia cura). (da sè)
Isidoro. Son da tant’anni avvezzo dispor di questa casa,
Io sono il consigliere, io son mastro di casa,
Comando al cantiniere, comando alla cucina:
Che ora costei venisse a far la dottorina?
Mi spiacerebbe, affè. Noi siam bene avvezzati
Mangiare con don Berto bocconi delicati.
Di tutte le primizie la tavola è ripiena.
Si mangia bene a pranzo, meglio si mangia a cena.