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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/363


LA VEDOVA SPIRITOSA 355

Poichè labbro gentile che di sue lodi onora,

Anche un terreno sterile, anche un vil campo infiora.
Placida. Sedete, se vi aggrada.
Fausto.  Seder non si concede
Al servo, allor che stassi la sua signora in piede.
Placida. Ambi sediamo. (siede)
Fausto.  Un cenno puote obbligarmi a farlo.
Placida. Sempre gentil don Fausto.
Fausto.  Arrossisco, e non parlo.
Placida. Dunque sperar possiamo che vinti ed avviliti
Gl’indocili avversari non tentino altre liti.
Fausto. Vivete pur sicura, sotto i legali auspici
Godrete in lieta pace, godrete i dì felici;
Ma provvida pensate, e liberal qual siete,
Che altrui render felice, che altrui bear potete.
Placida. Deggio ai poveri forse donar l’argento e l’oro?
Fausto. Far parte altrui dovete d’un più ricco tesoro.
Placida. Di che? Non vi capisco.
Fausto.  Spirto a virtute amico
Può quel che dire intendo, capir da quel ch’io dico.
Pur se vi sembra arcano di mie parole il nodo,
Porgermi può di sciorlo un vostro cenno il modo.
Placida. Soddisfa al genio mio chi parla apertamente.
Fausto. Dunque non sarò ardito, sarò condiscendente.
Signora, il nuovo stato di vostra vedovanza
Destata ha in più d’un seno la fervida speranza.
Il primo possessore di voi tratto dal mondo,
Si può sperar che possa succedere il secondo?
Placida. No, don Fausto, credetemi, non voglio più arrischiarmi
A violentar un cuore per obbligo ad amarmi.
Fausto. Obbligo tal sarebbe sì dolce e fortunato,
Che alcun desiar non puote d’esserne dispensato.
Placida. E ben, se alcun mi crede degna di qualche affetto,
Che mi ami in libertade, senz’essere costretto.
Eccovi del mio cuore tutta l’idea spiegata: