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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/362

354 ATTO PRIMO

Pone l’amor sovente alla ragione il velo.

Sempre sarà il migliore quel che destina il cielo.
Luigia. Chi viene a questa volta?
Placida.  Don Fausto, il mio legale.
Che vi par dall’aspetto?
Luigia.  Mi par non vi sia male.
Placida. Spero che gli altri due verranno parimenti
A consolarsi meco ch’io son co’ miei parenti.
Andate, ed attendete ch’io ve ne ceda alcuno.
Luigia. (Temo non sia disposta a cedermi nessuno).
(da sè, e parte)

SCENA II.

Donna Placida, poi don Fausto.

Placida. Ha voglia di marito; da ridere mi viene:

Povera mia sorella, è stanca di star bene.
Fausto. Servo di donna Placida.
Placida.  Don Fausto riverito.
(Eccolo, sempre lindo e sempre mai compito). (da sè)
Fausto. Godo vedervi escita da quei recinti avari
A vivere contenta fra i vostri patrii lari.
Merita ben chi unito ha il senno alla bellezza,
Nuotar felicemente nel mar di contentezza.
Placida. Vostra mercè, signore, dagli avidi cognati
I frutti della dote abbiam ricuperati.
Fausto. Astrea ragion vi fece, e prospera vi fu.
Ha vinto il vostro merito, non già la mia virtù.
Placida. Eh, il mio dottore amabile, questa signora Astrea
Da pochi si conosce per arbitra e per dea.
Se usata non aveste per me l’arte e l’ingegno,
Escita non sarei sì facil dall’impegno.
Fausto. Vantar soverchiamente il mio valor non uso,
Ma pur gli encomi vostri non sdegno e non ricuso;