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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/342

334 ATTO QUINTO

Conte. Vi ho inteso, vi ho capito. Ambi pacificarvi

Vorreste in mia presenza, ed io deggio pregarvi?
Andarmene dovrei, ma resterò, se giova:
Vuò darvi d’amicizia ancora un’altra prova.
Non fate che le cure di un cavaliere amico
Siano gettate al vento. Badate a quel ch’io dico.
Fra noi che non si osservi la legge del puntiglio;
Ciascun del proprio cuore che seguiti il consiglio.
Ormai di queste nozze facciam la conclusione,
Lasciam d’esaminare chi ha torto e chi ha ragione.
Tutto in oblio si ponga; quello ch’è stato è stato.
Chi dà la mano il primo, è quel che ha men fallato.
Florida. Eccola. (allunga la mano verso don Flavio)
Flavio.  S’ella in prima mi offre la man di sposa,
Resta in me di più colpa la macchia vergognosa.
Tolgasi questo segno contrario all’innocenza,
O voi non isperate che vi usi compiacenza, (al Conte)
Conte. Via dunque, all’atto nobile si dia migliore aspetto,
Sia il porgere la mano la prova dell’affetto.
Flavio. La mia sollecitudine prova maggiore il mio.
(offre la mano)
Florida. Forse men di don Flavio sollecita son io. (arrestandosi)
Conte. Piccole gare inutili, vi troncherò ben presto.
(prende ad entrambi le mani, e le unisce)
Eccovi destra a destra, ecco il nuziale innesto:
Siete sposati alfine, è spento ogni timore;
La parte dello sdegno occupi tutta amore.
Meco venir vi prego al ballo ed alla cena;
Vil gente troverete, ma d’innocenza piena:
Gente che non conosce la debole pazzia
Della tormentatrice proterva gelosia.
Caro don Flavio amato, con amichevol ciglio
Prendete da un amico un provvido consiglio:
O più non ritornate in militari spoglie,
O abbiate più fiducia nel cuor di vostra moglie.