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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/322

314 ATTO QUARTO

Di lungo v’ingannate. Voglio che ci proviamo.

Ma prima senza caldo sedete, e discorriamo.
Flavio. Questa indolenza vostra più m’altera e m’accende.
Un uom del mio coraggio dimora non attende:
O armatevi di ferro velocemente il braccio,
O disarmato ancora con voi mi soddisfaccio.
Conte. Oh bel valor sarebbe di un nobile soldato,
Insultar colla spada un uom ch’è disarmato!
Flavio. L’insulto sarà tale, qual voi lo meritate.
Vi tratterò qual vile.
Conte.  Da ridere mi fate.
Flavio. Ridermi in faccia ancora? Non soffro un simil torto.
Lagnati di te stesso, (alza la spada per offender il Conte)
Conte.  Fermati, o tu sei morto.
(si alza, mettendo mano ad una pistola)
Flavio. Come! un’arma da foco contr’un di brando armato?
Conte. Come! avventar la spada contro un uom disarmato?
Nel fodero la spada, o senza alcun rispetto
Quest’arma in mia difesa vi scarico nel petto.
Flavio. Battervi promettete?
Conte.  Accetto la disfida.
(don Flavio rimette la spada)
Ora il signor alfiere permetterà ch’io rida.
Flavio. Giuro al cielo.
Conte.  Un sol passo di qua non vi movete.
Flavio. Me soverchiar pensate?
Conte.  No, favelliam; sedete. (siede)
Flavio. Ebben, che avete a dirmi?
Conte.  Fin che restate in piede,
Si perde il tempo in vano. Col galantuom si siede.
Flavio. Deggio soffrire a forza? Sedere a mio dispetto?
(siede)
Conte. Bravo. Parliamo un poco. Poi battermi prometto.
Voi altri avvezzi sempre ad impugnar l’acciaro,
Credete che nessuno vi possa star al paro.