Apri il menu principale

Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/320

312 ATTO QUARTO

Conte. Ma di cotal menzogna si penetra il mistero?

Gandolfo. Ecco la mia padrona, da lei saprete il vero.
Credo che per scoprirla studiato abbia l’arcano:
La biscia questa volta beccato ha il ciarlatano. (parte)

SCENA II.

Il Conte, poi donna Florida.

Conte. Non vorrei che don Flavio l’avesse anche con me.

Florida. Ah fuggite, signore.
Conte.  Ho da fuggir? perchè?
Florida. Di voi ha concepito don Flavio un rio sospetto;
Per avvisarvi io feci venir voi nel mio tetto.
Ma da don Claudio indegno, di ciò tosto avvisato,
Viene don Flavio istesso a questa volta irato.
Conte. Venga pur, ch’io l’aspetto; possibile ch’ei voglia
Me attaccar disarmato? Se ardirà quella soglia
Passar con rio disegno, ritroverà il guerriero
Che gli saprà rispondere; e umiliarlo io spero.
Florida. Ah, per me non vorrei vedervi in un cimento.
Conte. Di quanto per voi feci, signora, io non mi pento:
La mia conversazione, il mio parlar fu onesto,
Non ho rimorso alcuno, che al cuor mi sia molesto.
Son della pace amico, rarissimo mi sdegno;
Ma anch’io coraggio ho in petto, se sono in un impegno.
Florida. Eccolo ch’egli viene.
Conte.  Il suo venir non temo.
Ritiratevi.
Florida.  Oh cieli! per cagion vostra io tremo. (parte)

SCENA III.

Il Conte, poi don Flavio.

Conte. Venga qui d’ira acceso il militar tremendo,

Lo voglio senza caldo attendere sedendo. (siede)
Se poi vuol far il pazzo, e il suo dover scordarsi,
Di me può darsi ancora, ch’egli abbia a ricordarsi.