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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/314

306 ATTO TERZO

E il merto, che poteva farvi un discreto amore,

Perduto già l’avete, volubile di cuore.
Piango per l’alta stima che avea di voi formata;
Piango che da voi stessa vi siate rovinata;
E che caduta siate nel vergognoso eccesso
Di debole incostanza comune al vostro sesso.
Florida. Ah signor, mi atterrite. Misera sventurata!
Da chi mi diè il consiglio sarò dunque ingannata?
Conte. Credete a chi vi parla con animo sincero;
Son cavalier, son tale che non asconde il vero.
Florida. Lungi non dovria molto esser chi porta il foglio.
Stelle! ne son pentita. Ricuperarlo io voglio.
Chi è di là?

SCENA V.

Gandolfo e detti.

Gandolfo.  Mia signora.

Florida.  Il messo è ancor partito?
Gandolfo. Non so.
Florida. Che si ricerchi: quand’ei se ne sia gito,
Che dietro gli si mandi, e rendami quel foglio,
Che prima di spedirlo rileggere lo voglio.
Gandolfo. Subito. (È inviperita; sempre peggior diviene.
Eh, fin che sarà vedova, non averà mai bene.)
(da sè, in disparte)

SCENA VI.

Il Conte e donna Florida, poi Gandolfo.

Conte. Posso saper, signora, chi sia quel forsennato,

Che vi ha nel caso vostro sì male consigliato?
Florida. Signor, senza temere che un torto a voi si faccia,
Per suo, per mio decoro, lasciate ch’io vel taccia.
Conte. Sì bene, in ciò vi lodo. Scordatevi di lui
Il nome, la persona, non che i consigli sui.