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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/280

272 ATTO PRIMO

Se la mia debolezza voi conosceste a prova,

Don Flavio ad onta mia mi vinse in pochi istanti,
Con quell’ardir che giova al labbro degli amanti;
Voi di rispetti pieno, timido amante e saggio,
Forse il mio cuor perdeste, mancandovi il coraggio.
No, non vi fo il gran torto di credervi men degno
D’amor, nè mai ebb’io gli affetti vostri a sdegno.
Ma tollerate un vero, che tardi a voi confesso:
La vostra timidezza fe’ il peggio di voi stesso.
Claudio. Dunque doveva ardito sprezzar gli ordini vostri?
Florida. Eh, son donna... Sapete quai sieno i riti nostri?
Vogliamo esser servite talor senza speranza,
Mostriam d’avere a sdegno l’ardire e la baldanza;
Ma a chi nel duolo indura, a chi pietà non chiede,
Donna arrossisce in volto nell’offerir mercede.
Claudio. Ma non diceste: io voglio di libertade il dono?
Florida. Credere chi il poteva in giovane qual sono?
Claudio. Dunque voi m’ingannaste.
Florida.  No, v’ingannò il timore,
D’amor tristo compagno, per conquistarsi un core.
Claudio. Non mi vedeste, ingrata, quasi di duol morire?
Florida. Morte amor non richiede.
Claudio.  Ma che richiede?
Florida.  Ardire.
Claudio. Dunque se ardir fa d’uopo negli amorosi azzardi,
Chiedovi ardito e franco...
Florida.  No, mio signore, è tardi.
Quel che poteva un tempo lecito ardir chiamarsi,
Ora che d’altri io sono, temerità può farsi;
Ed io, che nell’arrendermi un dì potea esser grata,
Diverrei mancatrice, ad altri ora legata.
Claudio. Flavio non ebbe ancora la man, pegno d’amore.
Florida. È ver, la man non ebbe, ma gli ho donato il cuore.
Claudio. Dite che non l’ardire di lui vi rese amante,
Che ciò non basterebbe a rendervi costante,