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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/276

268 ATTO PRIMO

Ch’è andato all’altro mondo son più di mesi sei;

E sogliono le vedove, per arte o per virtù,
Piangere il loro sposo tre o quattro giorni al più.
Anzi la mia padrona sì poco avealo intorno,
Che credo di buon core pianto non l’abbia un giorno.
So che saran tre mesi, che l’ho in città veduta,
Dopo la vedovanza più grassa era venuta;
Però, filosofando, a interpetrar arrivo
Ch’ella non pensa al morto, ma la tormenta un vivo.
Claudio. Fattor, voi vi apponete sicuramente al vero;
In lei fuoco novello spento ha l’ardor primiero.
Il cuor di donna Florida fe’ resistenza invano;
È vittima d’amore, ma l’idolo è lontano.
Gandolfo. E pur, signor don Claudio, sia detto con rispetto,
Credea che foste voi l’amabile idoletto.
Claudio. Volesse il ciel, che ardesse per me di dolce foco;
Ma un mio rival felice mi escluse, e preso ha il loco.
Ella rimasta vedova, e mal del primo laccio
Contenta, volea vivere sola senz’altro impaccio.
Giurò le mille volte voler, salda e costante,
Fuggir dagl’imenei, fuggir di essere amante;
Ed io che l’adorava, celando il mio tormento,
Nel rimirarla almeno trovava il mio contento.
Mi provai qualche volta tentar la sua costanza,
Ella non fe’ che darmi ripulse alla speranza;
Ed io, soffrendo in pace, dicea: di ciò mi lodo,
Che altri non mi soverchia, s’io nell’amar non godo.
Gandolfo. Non voler che altri goda quel che si spera invano,
È il solito costume del can dell’ortolano.
Claudio. Ma non andò la cosa, com’io mi lusingai;
Vidi che in lei fidando, pur troppo io m’ingannai.
Un certo amico mio giovane militare
Meco la mia tiranna si diede a frequentare.
Non so con quai lusinghe, non so con qual violenza,
Cambiò in tenero amore in lei l’indifferenza;