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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/253


LA PUPILLA 245

Nutrice. Non ravvisate in me l’antica balia,

Che il parto della vostra estinta moglie
Raccolse, allora ch’eravate in Bergamo?
Luca. Sì, ti ravviso. Quale affar conduceti?
Nutrice. Morto è il cugino vostro, e la coscienzia
E il timor della morte ora mi stimola
Cosa svelarvi che occultar non devesi.
L’unica prole che il destin benefico
Diedevi allor, e che alla madre il vivere
Costò nel punto che sortio dall’utero,
Spenta non è; ma il cugin vostro, che avido
Nei beni vostri si credea succedere,
Finse sua morte, e di tacere imposemi.
Luca. Ah, sarà ver che mio figliuol sia Panfilo?
Nutrice. Panfilo no, ma Caterina.
Panfilo.  (Oh diavolo!)
Nutrice. A custodire a voi sott’altro termine
Diè la fanciulla; ma il cielo, che vendica
Le opre malvagie, i figli suoi carissimi
Un dopo l’altro fe’ mangiar dai vermini.
Non sapea come la figliuola rendere
Al proprio padre; tocco da sinderesi,
E dell’error commesso vergognandosi,
Senza scoprirlo, di partir determina,
E qual pupilla la figliuola tenera
Consegna a voi, perchè si allevi e erediti
I propri beni, che rapir volevansi.
Ecco l’arcano discoperto, e giurovi
Per quanto di più sacro in ciel si venera,
(Giunta assai presso di mia vita al termine,
In cui più chiari del mentir si vedono
I tristi effetti) giuro che veridico
E il labbro mio, e se mentisco, i demoni
Per giustizia del ciel mi sian carnefici.
Luca. Ora intendo l’amor che in seno ardevami