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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/248

240 ATTO QUINTO

Me per suo padre? Ah stelle ingrate e barbare,

A che serbate quest’avanzo misero
De’ vostri insulti e dell’età decrepita?
Caterina. Ahi, che quel pianto mi costringe a piangere.
Quaglia. Vedi l’effetto di natura. Or negami,
Cruda, se puoi, che tu non sei mia figlia.
Orazio. (L’astuto corpo come sa ben fingere!)
Caterina. Verrà il tutore, e mi dirà s’io debbovi
Creder del tutto.
Quaglia.  Sì, verrà quel perfido
Che il sangue mio d’assassinare or medita,
E col pretesto di un amor fittizio
Colla tua mano ogni mio bene usurpasi.
Mandami il cielo in tempo di deludere
Il fiero lupo che l’agnella insidia.
Povera figlia, il buon tutor sollecita
Che a lui ti sposi, e il tuo bel cuor vuol rendere
Infelice per sempre.
Caterina.  Ah, questo è il massimo
De’ miei tormenti.
Quaglia.  Al padre tuo confidati,
Poichè se’in tempo di cercar consiglio
E d’impetrare aita.
Caterina.  Ah soccorretemi,
Padre mio, per pietade.
Orazio. (Eccola al termine
Dove lo scaltro la volea conducere.)
Quaglia. Morta è tua madre, e dopo lei mancatimi
Sono i tre figli, e te sola conservami
Il ciel pietoso. Ah, chi mi potrà chiudere
Gli occhi, venendo di mia vita il termine,
Figlia, se tu non sei? Ma se quest’avido
Tutor ti chiude, fatta sposa, in carcere,
Nè più ti lascia uscir dalle domestiche
Mura, per tema che non sveli e pubblichi