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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/243


LA PUPILLA 235

Ora vi accade?

Orazio.  Ah traditor, verrebbemi
Forse da te quel che nel sen mi macera?
Quaglia. Sospettate di me?
Orazio.  Sì, fondatissima
Ragione avrei di sospettar l’origine
In te del mal, s’io non son primo a dirtelo.
Quaglia. Mirate un po’ qual debolezza in animo
Vi lasciate cader! Se la coscienzia
Macchiata avessi, sare’ io sì stolido
Di qui venire il mio concetto a perdere,
E discoprire da me stesso l’opera,
Che se reo fossi studierei nascondere?
Oh, mala cosa è lo trattar coi giovani.
Orazio. Confesso l’error mio. Quaglia, perdonami.
Quaglia. Questa volta, e non più. Via presto ditemi
Quel che vi affligge.
Orazio.  Ah, che tem’io di perdere
Il mio ben, la mia vita. Per deludermi,
Von farmi creder che promessa Placida
Siami, e non Caterina.
Quaglia.  Il so benissimo.
Ho veduto testè l’amico Panfilo,
E col riso alle labbra: ascolta, dissemi,
La bella baia che a Orazio si medita.
Messer Luca promise a te la giovane
Chiesta in suo nome. Ora è pentito, e accordasi
Colla servente di stampar la favola,
Fingendo error nel nome della femmina,
E far che diasi il miserello al diavolo.
Orazio. Ah scellerati, non varravvi il fingere,
Che scaglierò su tutti voi le fune
D’amor schernito.
Quaglia.  Non facciamo strepito,
Se di vendetta siete vago. Al solito,