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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/240

232 ATTO QUARTO

Alla mia bella.

Placida.  Il sere e i testimoni
Per far la scritta parmi vi abbisognino.
Orazio. Ci saran tutti. Stanno giù nell’andito
Aspettando un mio cenno per ascendere
Ogni un di loro il loro ufficio a compiere.
Placida. Se vi piace così, dunque chiamateli.
Orazio. Messer Luca dov’è?
Placida.  S’egli non trovasi
Presente all’atto, non importa. Ei lasciami
Sola padrona di disporre, e bastano
Il voler vostro e il voler mio a concludere.
Orazio. Tale ho di voi concetto, che vuò credere
Quel che mi dite. Gli sponsali or compiansi.
Placida. Eccomi lesta.
Orazio.  Sì, mia cara Placida,
Venga la sposa, che impaziente aspettola.
Placida. Ecco la sposa.
Orazio.  Da qual parte?
Placida.  Oh diamine!
Non la vedete? Avete le traveggole?
Orazio. Che amor cieco mi renda sino al termine,
Che la sposa a’ miei lumi sia invisibile?
Placida. Eccomi qui, vi dico; se non bastavi
11 vedermi, il sentirmi, via toccatemi.
Orazio. Sì, vi sento, vi vedo, ma domandovi
Della sposa.
Placida.  Io chi sono?
Orazio.  Siete Placida.
Placida. E chi è la sposa?
Orazio.  Caterina amabile.
Placida. Sposa di chi la Caterina?
Orazio.  Oh, allungasi
Un po’ troppo la storia. Se mi è lecito
Caterina sposare anche in assenzia