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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/206

198 ATTO PRIMO

Pensò a voi, Caterina, e il dì si approssima

Che avete il frutto del suo amore a cogliere.
Caterina. Che più sperar, che più ottener potrebbesi
Di quel ch’ei fa, da un genitor medesimo?
Niente mi manca, il vedi.
Placida.  Oh figlia amabile,
Per esser lieta qualche cosa mancavi,
Che or non vi cale, ma l’età più fervida
Fa le donzelle di ottener sollecite.
Caterina. Sai ch’io non amo l’ambizion soverchia
Pascer con ricche vesti, e che mi bastano
Le poche gioje che il mio collo adornano.
Son della vita che da noi qui menasi,
Contenta sì che invidiar non restami
Donzella alcuna anche di me più nobile.
Placida, e che mi manca?
Placida.  O figlia, mancavi
Un non so che, di cui tant’altre ambiscono,
E piacerà a voi pur, sol ch’io vel nomini.
Caterina. Dimmelo dunque, ch’io per me non veggolo.
Placida. Uno sposo vi manca.
Caterina.  Oh, non ti credere
Che mi caglia di sposo. Tutti gli uomini
Non son, qual egli è il mio tutor, sì docili,
Nè affè lo cambierei, se mi dicessero:
In di lui vece si offerisce un principe.
Placida. Codesto sposo che il mio dir proposevi,
Lo potete ottener, senza che stacchisi
Messer Luca da voi.
Caterina.  No, no, il pericolo
Voglio sfuggir, che da un amor contrario
S’infastidisca il mio tutor, che placido
Suol esser meco.
Placida.  In ciò vi lodo, e dicovi
Non vi è meglio di lui nell’uman genere.