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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/203


LA PUPILLA 195

S’innamorano anch’essi, e il mio dolcissimo

Padrone, a cui donato ho per far grazia
Dieci anni almeno, anch’ei sotto le ceneri
Del bianco crine per amore abbrugiasi.
A dir il ver, mi fa pietade, e massime
Perch’è sì buono, ed il suo cuor confidami,
E mi vuol sì gran ben, che tutti dicono
Cose che il nome di mia madre oltraggiano.
Ma comunque ciò siasi, ogni possibile
Vuò far per contentarlo. Ecco qui Placida;
Esser può questa la sicura ed ottima
Spia del cuor della figlia, poichè sogliono
Confidar tutto le padrone giovani
Alle lor serve, ed esse le consigliano.

SCENA III.

Placida, Panfilo.

Placida. Buon dì, Panfilo bello.

Panfilo.  Buon dì, Placida;
Ma non mi fare insuperbir, con titoli
Che lo specchio mi dice che io non merito.
Placida. Così fossi tu meco un po’ men barbaro,
Come sei bello.
Panfilo.  Lasciam’ir le frottole.
Ho bisogno di te.
Placida.  Di me? comandami.
Che non farei per te?
Panfilo.  Quel, di che priegoti,
Serve per un che assai di me più menta;
Ma questa volta vuò che ti abbia a movere
Più l’amor mio che del padron medesimo.
Sappi che il vecchio è innamorato.
Placida.  Oh capperi!
Che mai mi narri? e chi è colei che accendelo?