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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/170

164 ATTO QUARTO

Compatite, signora, un ch’è d’amore acceso.

Due parole vi chiedo; non parmi essere audace.
Berenice. Vo’ contentarvi alfine. Orsù, datevi pace.
Son pronta ad isvelarvi candidamente il cuore.
Voglio che siate certo... (prende tabacco)
Filippino.  Signora, è qui il sartore.
Filiberto. (Povero me!) (da sè)
Berenice.  Si fermi. Parlate, aspetterà, (a don Filiberto)
Non mi dà soggezione.
Filiberto.  Va via, per carità.
(a Filippino, che ridendo parte)
(Ride il briccon... Se giungo...) Seguitate, via, su.
Berenice. Che cosa vi diceva, non mi ricordo più.
Filiberto. Pronta, mi dicevate, ad isvelare il vero,
Voglio che siate certo...
Berenice.  Or mi ricordo, è vero.
Certo vi rendo, e dico, e lo protesto ancora...
(apre la tabacchiera)
Filiberto. Perchè tanto tabacco? vi farà mal, signora.
Berenice. Ma voi non crederete tutto quel ch’io dirò.
Filiberto. Colle prove alla mano tutto vi crederò.
Berenice. Colle prove alla mano? dunque è il parlar sospetto.
Filiberto. Ma finor che ho da credere, se nulla avete detto?
Berenice. Da voi posso sperare egual sincerità?
Filiberto. Del mio cuor siete certa.
Berenice.  Quai prove il cuor mi dà?
Filiberto. Comandate.
Berenice.  Don Lucio...
Filiberto.  Maladetto colui.
Datemi il mio congedo, se più vi cal di lui.
Berenice. Io congedarvi? ingrato!
Filiberto.  Vi domando perdono.
Berenice. Vi ricordate poco qual io fui, qual io sono.
Si vede ben che avete un cuor debole e fiacco.
Di reggere incapace... (apre la tabacchiera)