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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/150

144 ATTO TERZO

A vincer mi sfidaste un cuor di cui diffido.

A discoprir l’inganno per parte mia vi sfido.
(a don Claudio)
Berenice. Voi andate agli eccessi.
Isidoro.  Eh via, che son freddure.
Pippo. Che dicono di sfida?
Agapito.  Che si battano pure.
Berenice. E avete cuore, ingrato, di perdermi il rispetto?
(a don Filiberto)
Filiberto. Con don Claudio io favello.
Claudio.  Io la disfida accetto, (s’alza)
Sostengo che la dama è una dama d’onore,
E chi pensa al contrario, dico ch’è un mentitore, (parte)
Filiberto. Chi ha la ragione o il torto, vedrassi al paragone, (parte)
Berenice. Ah, che va in precipizio la mia conversazione.
Isidoro. Scherzano, o fan davvero? è una disfida, o un gioco?
Non vuò guai, voglio ridere; andrò in un altro loco. (parte)
Pippo. Andrò da un’altra parte, l’aria non fa per me.
Lo vedrò un’altra volta il Libro del perchè. (parte)
Agapito. La tavola è finita. Sono partiti tutti.
Vado anch’io, vuò pigliarmi quattro di questi frutti.
(prende dei frutti, e parte)
Filippino. Portate via la tavola, che or ora il cavalier
Porta via le salviette, i piatti ed il deser1. (parte)
(i servitori levano tutto)

SCENA VIII.

Don Filiberto, don Claudio e donna Berenice.

Filiberto. No certo, non vi è caso. (volendo partire sdegnato)

Berenice.  Restate in grazia mia.
(a don Filiberto)
Filiberto. Voglio partir, vi dico. (come sopra)
Berenice.  Nemmeno in cortesia?
(a don Filiberto)

  1. Nell’ed. Zatta e in altre si legge: Che or ora il cavaliere ecc. i piatti ed il desserre.