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Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1912, XIV.djvu/144

138 ATTO TERZO

SCENA V.

Don Claudio e Filippino, poi don Agapito.

Claudio.  Costui non ha creanza alcuna.

Filippino. Eppur questi son quelli che hanno maggior fortuna.
Claudio. A lungo andar si vedono delusi e discacciati.
Filippino. Ma intanto si approfittano.
Agapito.  Ci sono i convitati?
Filippino. Sì signor, quasi tutti. Manca don Isidoro.
Agapito. Per uno non si aspetta. Bisogno ho di ristoro.
Filippino. La spada ed il cappello vuol favorir?
Agapito.  Prendete.
(gli dà la spada ed il cappello)
Schiavo, amico, sediamo. (a don Claudio)
Claudio.  Sto ben.
Agapito.  Come volete. (siede)
Claudio. Voi pur degli invitati?
Agapito. Ma questa è una gran cosa.
Pare la mia venuta a ognun maravighosa.
Io chi sono?
Claudio. Siet’uno, che pare che non sia
Portato estremamente al spasso e all’allegria.
Agapito. Io non son qui venuto per cantar, per ballare;
Sia in compagnia, o sia solo, egli è tutto un mangiare.

SCENA VI.

Don Isidoro colla spada in una mano ed il cappello nell’altra; e detti.

Isidoro. Eccomi: son venuto correndo per la strada;

E intanto, per far presto, mi ho cavato la spada.
Prendi, ragazzo caro. Dov’è quest’altra gente?
Batteria di bottiglie? Staremo allegramente.
(osservando la credenza)